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26 settembre 2012 3 26 /09 /settembre /2012 15:20

“Everybody Needs Somebody to Love”. Era il 1964 e così cantava Solomon Burke. Nel corso dei secoli tante persone hanno parlato di amore, hanno cercato di definirlo, analizzarlo, raccontarlo, persino dipingerlo. Indipendentemente dal colore della nostra pelle o dal sesso, dalla nostra collocazione geografica e dal tempo storico in cui viviamo, sembra che tutti noi abbiamo una cosa in comune: trovare qualcuno che ci ami. Una volta trovato, l’amore diventa la nostra droga perfetta: euforica, narcotica, gradevolmente allucinante, ma dato che nessuno di noi è immortale anche il più forte dei sentimenti è destinato a finire. In un modo o nell’altro.

 

Cosa succede quando finisce un amore? Alcuni piangono, lentamente e dolorosamente. Altri dimenticano, velocemente e indolore. E i ricordi? Sono destinati anche essi a scomparire con tempo? Probabilmente quelli che tentano di dimenticare le loro relazioni passate faranno di tutto anche per dimenticare i ricordi. Forse perché non vogliono vedere il loro fallimento. O chissà, ognuno alla fine ha una propria visione del mondo. Poi ci sono quelli che non si sbarazzano mai di niente. Per anni tengono nelle loro cantine il proprio passato. Ordinatamente racchiuso negli scatoloni. Una sorta di museo personale delle emozioni.

 

A pensare di far tornare in vita i sentimenti sepolti nei sotterranei sono stati Olinka Vistica e Drazen Grubisic. Nel 2010 a Zagabria (Croazia) hanno fondato “Il museo dei cuori infranti”. Un’idea semplice, allo stesso tempo originale e persino educativa, nata dalla fine del loro amore. Lo scopo? Trasformare il dolore di una perdita tramite la creatività. Esporre gli oggetti raccontando il loro significato. In questi pochi anni dalla sua fondazione, il museo è stato sommerso dai cuori infranti, da tanti destini, ora riuniti nella capitale croata. Gli oggetti arrivano quotidianamente da tutto il mondo, rigorosamente accompagnati dalla loro storia. Ed è proprio la storia il punto centrale intorno al quale è stato costruito questo innovativo e già più volte premiato museo.

 

Dal punto di vista emotivo l’intera esposizione è stata studiata nei minimi particolari. L’inizio di questo viaggio emozionale è affidato alla leggerezza delle relazioni, tipica degli inizi, quella ludica. La stanza che ci accoglie ci fa sorridere così come le sue storie. Anche se Kundera era fortemente convinto della leggerezza dell’essere, presto, il visitatore, senza alcun preavviso e senza alcun paracadute nei paraggi (come del resto succede anche nella vita) è costretto ad affrontare l’inevitabile aspetto delle relazioni umane ovvero la loro complessità. La giocosità lascia il posto alle frustrazioni, rabbia, gelosia, alla pesantezza. Improvvisamente ci troviamo in un ambiente oscuro in cui l’odio regna sovrano. Attraverso le parole e gli oggetti, veniamo messi di fronte all’aspetto tragico dell’amore, quello in cui i sentimenti negativi, i più incontrollati, portano alle morti violenti.

 

Diventiamo dei silenziosi osservatori delle vite degli altri e partecipiamo ai drammi umani, alle delusioni, ai destini, a volte crudeli. I muri, rigorosamente bianchi, che fanno da contenitore a tante storie, catturano la nostra attenzione portandoci a leggere i versi di Pessoa tratti dal suo “Libro dell’inquietudine”. Sono versi che si inseriscono perfettamente nel contesto da cui siamo circondati e destinati ad emozionarci ulteriormente.

 

Alla fine di questo straordinario percorso emozionale, mentre un vecchio giradischi suona le note di una musica jazz, raggiungiamo il confessionale e sotto una grande finestra illuminata dal sole troviamo un libro in cui le persone aprono i loro cuori e si raccontano. Sfogliandolo, ancora una volta ci rendiamo conto che nonostante le nostre diversità, una cosa ci accomuna; l’amore. A volte gli amori feriscono ed infrangono i nostri cuori ma come diceva Antoine Lavoisier nulla si distrugge, tutto si trasforma. Proprio come Olinka Vistica e Drazen Grubisix ci hanno insegnato, nel loro splendido museo.

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