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9 aprile 2020 4 09 /04 /aprile /2020 14:58

Qualche giorno fa, era il 6 aprile, c'era l'undicesimo anniversario del terremoto dell'Aquila. Era un lunedì. Lavoro da casa per la faccenda di coronavirus. Mi sono alzato un po' prima delle nove (inizio a lavorare alle nove e mezza), ho preparato il caffè, acceso la TV e mi sono acceso la mia IQOS. In quel momento è iniziato il telegiornale. L'apertura insolita, perché non si parlava dell'epidemia. Il tema di apertura era l'evento menzionato all'inizio del testo. Auguri e promesse dei politici e del presidente della repubblica; come anche negli anni precedenti. Dopo sono partite le immagini dalla città e dei dintorni. Tutto sotto ponteggi, ancora delle macerie non portate via. La parola ai sindaci ed ai cittadini. Non si è fatto quasi niente. Dopo l'undici anni la normalità non si vede. In questo lasso di tempo normalmente le persone iniziano a dimenticare gli eventi brutti. Ma non all'Aquila. Là fanno tutto, o meglio dire niente, per tenere la memoria viva, fresca. Basta uscire per la strada e la catastrofe successa più di un decennio fa e davanti a te. Ma come si può? Bisogna avere la faccia tosta per fare anche una qualsiasi dichiarazione a proposito. Ma i nostri politici la faccia non ce l'hanno proprio. Cavolo, e io qui parlo di un'Italia migliore. Ma chi sto prendendo in giro? Me stesso, ovvio!

Andiamo per giorni. Il 7 aprile era il mio anniversario del matrimonio. Ovviamente, anche di mia moglie. Una cifra non rotonda, non di quelle da festeggiare alla grande, ma di norma in queste occasioni usciamo in qualche ristorante, di quelli un po' più buoni e costosi. Quest'anno tutto chiuso. Cosa si fa. Niente, o quasi. Ai regali non abbiamo nemmeno pensato perché non è la nostra abitudine nemmeno nei tempi normali. Il pranzo e la cena erano ottimi, ma niente di particolare. Ha pensato mia moglie di fare qualcosa per avere almeno una sensazione di festeggiamento. Lei è creativa per queste cose sociali. Ha comprato una bottiglia di spumante, quello buono. Quel giorno era anche la luna piena. Così, alle 11 di sera, siamo usciti fuori nel parca che è attaccato a casa nostra. Non si dovrebbe stare nei parchi, per evitare gli affollamenti che potrebbero agevolare la diffusione del virus. Ma alle 11 di sera non c'era nessuno, nemmeno la polizia locale (figurati a pagare così tanti straordinari. Ci siamo seduti su una panca, abbiamo aperto lo spumante e versato il liquido nel bicchieri, quelli giusti; niente plastica in quanto inquina e togli il gusto da bere. Un cincin, scambio di auguri, quelli personali e quelli comunitari; che COVID-19 sparisce al più presto. Sedevamo sulla panca e guardavamo davanti gli spazi aperti con qualche albero, tutto illuminato con la luna piena. Niente di particolare, ma carino; si è avuta una sensazione piacevole di fare qualcosa insieme fuori casa. Da quando c'è la quarantena, in quasi un mese, non siamo mai usciti fuori insieme. Siamo i cittadini modello.

L'8 aprile. Stavo lavorando e mia moglie sfogliava le pagine di Facebook; è la sua attività in questi giorni di isolamento. La sento parlare dal soggiorno (io lavoro sul tavolo di cucina, perché mi è il posto più comodo per mettere il laptop aziendale).  Verso le 10 e mezza di mattina sento la mia moglie che mi informa che un ponte tra Toscana e Liguria è crollato. Non è possibile, stavo pensando tra me e me. Accendo la TV, aspetto qualche minuto e vedo scorrere la notizia nella striscia in fondo. Qualche minuto dopo c'è la notizia in diretta, con le immagine e il racconto quanto è accaduto. Cinque capate andate giù, praticamente senza un traffico, cioè senza il carico aggiuntivo (soltanto i due furgoni sopra, cioè niente rispetto al carico per il quale il ponte è stato calcolato – ne so qualcosa perché sono del mestiere). Caduto sotto il carico del peso proprio. Incredibile! Denuncie della comunità locale sui possibili problemi, sempre e puntualmente smentiti dall'Anas, l'ente gestore del viadotto. Alla fine è accaduto, il crollo. Il terzo ponte, cioè viadotto in 5 anni; uno ogni due anni. Qui siamo stati aiutati dall'epidemia; il traffico era assente e così non c'erano le vittime, al contrario di quello che è successo sul ponte Morandi.


Oggi è 9 aprile. Il giorno per tirare le somme. Io sono fatto così; tiro le somme il 9 del mese. Quando passa quest'epidemia ci aspettano i tempi ancora più duri rispetto a questi che passiamo nel presente. L'economia è ferma e tante persone hanno delle difficoltà economiche, ma anche psicologiche. Non ripeto tutti i guai che la popolazione subisce quotidianamente per quest'emergenza. La perdita di soldi, dovuta alla chiusura di tante attività è notevole. Ci vogliono i soldi per sopravivere ed anche per ripartire. Ma soldi non ci sono. Bisogna farseli prestare da qualcuno. Cu appelliamo all'Europa per emettere gli Eurobond con la garanzia europea. Così potremmo avere i soldi con un tasso d'interesse molto più basso rispetto alle nostre obbligazioni. Ma alcuni paesi non ci stanno. Quelli brutti nordici che non ci vogliono bene. Cerco di entrare nella loro mente e capire perché non ci vogliono aiutare. La moneta è unica, ma è la somma di tante economie diverse e degli stati eterogenei. Noi abbiamo un debito pubblico enorme, destinato ad aumentare molto con questo che sta succedendo. In più, non si fidano di noi. Ma cosa c'entra la fiducia? C'entra, e come! Si ognuno paga il debito proprio, ma se le cose vanno male, le obbligazioni sarebbero garantite dall'Europa, vuol dire se ci sfasciamo noi, pagano la Germani e tanto odiata Olanda. Sembra fondata la loro mancanza della fiducia? Rileggete i giorni 6 e 8, senza considerare i contorni (che sono ancora più spaventosi). Io, quasi, quasi, do ragione a loro. Noi non siamo affidabili.
 

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